Il rivestimento dei tetti in pietra naturale oltre a essere il più antico in assoluto permette di riunire i principi semplici di economia alpina: il costo basso, la durata secolare del tetto, la facilità di estrazione oltre alla minizzazione dei trasporti, la resistenza al gelo, agli impatti violenti, con i principi moderni di ecologia e bellezza estetica sia di comunione paesaggistica dell'ambiente circostante la costruzione. Quando un materiale permette di far coincidere tutti questi aspetti dovrebbe essere la scelta razionale di un progetto architettonico. Vitruvio non ha posto in contrasto funzionalità ed estetica.
Dell'eroe greco si scriveva 'Kalòs kai agathòs', che bello e buono dovessero coincidere e non essere posti in conflitto. Allo stesso tempo un albero per crescere sano e rigoglioso deve essere sviluppato organicamente e proporzionalmente in ogni numero dei suoi rami.

Il fatto che delle pietre pietre vengano lavorate e spostate non costituisce un deturpamento della natura perchè la loro ricollocazione ordinata in strutture abitative non le distrugge ma le riunisce in un qualcosa di nuovo che è insieme materia e pensiero che si chiama abitualmente architettura. Altrimenti anche i giardini Zen che si basano appunto sullo spostare le pietre secondo dei principi cosmologici sono forme di inquinamento perchè alterano l'ambiente originario. Anche Stonehenge è un alterazione naturale della collocazione di quelle roccie, ma è proprio averle spostate e messe in piedi che le ha rese famose, uniche al mondo a differenza delle loro cugine rimaste in cava. Nelle costruzioni religiose la roccia diventa pietra acquisendo il valore di un significante simbolico cosmologico. Per millenni sulle alpi si è costruito senza inquinare usando le rocce locali e quando crollavano le costruzioni le si riusavano per farne di nuove rimettendole semplicemente di nuovo l'una sull'altra.
Nel caso volessimo considerare l'impatto ambientale attuale di un tetto in pietra nella pianura Padana a 300 km dal luogo di estrazione dovremmo includere nel computo l'inquinamento a causa del trasporto su ruote del materiale. Un fattore comunque in comune con tutti gli altri materiali edili.
Dovremmo considerare anche una parte di energia relativa all'estrazione che richiede lo sbancamento e la raccolta dal fronte cava che con l'epoca moderna avviene con ausili meccanici ma la lavorazione a spacco della pietra è sempre a mano siccome non esiste una macchina in grado di individuare la vena da colpire che apre facilmente e quasi senza sforzo il materiale in due parti complanari ed è assolutamente non inquinante perchè un processo artigianale semplicemente basato su martello, scalpello e forza umana. Trovato infine il valore totale di energia richiesta e i diversi inquinanti riliasciati nell'ambiente definiti nell'analisi del ciclo di vita (CO2, SO2....) dovremmo dividerli sulla vita potenziale del manufatto che a differenza di altre soluzioni è di secoli. E inoltre le eventuali scorie derivanti dalla demolizione del manufatto sono perfettamente smaltibili non essendo rifiuti ma pietra naturale (non si possono portare le pietre naturali in discarica perchè non sono rifiuti), comunque sulle alpi quando si demolisce una costruzione le piode vengono rimosse e impilate pronte per una nuova costruzione eventualmente rivendendole come anticate, sarebbe un vero peccato distruggerle siccome dureranno come le alpi.
In Valtellina si usa il serpentino per fare quasi ogni cosa dalle pentole per cuocere i brasati perchè mantengono il calore, ai piano di cottura al fuoco in forma di pioda, come tegola, mattone, lastra per il pavimento, architrave, gradino, davanzale, colonna. Ci si realizza le strade, le piazze, i terrazzamenti che rendono coltivabili i declivi alpini, le opere di contenimento dei fiumi, i ponti, le chiese, le fontane e le sculture nelle piazze dei paesi.


Brevi accenni alla storia del rivestimento tegolare e dei materiali alpini usati
I popoli valtellinesi usarono le pietre locali, i serpentini, che derivano dalla trasformazione delle peridotiti, tra i principali componenti della parte superiore del mantello terrestre, hanno origine oceanica e presentano tipicamente colore verde, grana fine e alternativamente una tessitura fibrosa con notevole scistosità o, al contrario, una tessitura massiccia priva di scistosità. Se lucidato ha una ottima lucentezza vitrea.
In Ossola si usarono le beole che fanno parte degli Gneiss, rocce metamorfiche di colore grigio chiaro e dalla foliazione molto accentuata, in particolare sono Ortogneiss granitoidi Data la loro scistosita’ sono state utilizzate in antichita’ sia come rivestimenti tegolari che per cucinare al fuoco, la parola beola deriva dalla localita’ Beura da dove vennero storicamente estratte a partire dall’anno mille. E’ la versione ossolana della pioda valtellinese in serpentino scisto. Per la loro resistenza e durezza vengono usate per le pavimentazioni veicolari pesanti sia come elementi strutturali in edilizia.
In liguria le ardesie che sono rocce metamorfiche dette Argilloscisti, dal colore scuro, grana finissima, notevole scistosità con facile fissilità in lastre sottili, sono composte per il 30/40 % da carbonato di calcio. Estratta fin dall’eta’ della pietra e’ caratterizzata da particolare resistenza agli agenti atmosferici, dalla massima elasticita’ tra le pietre naturali e da una facile divisibilita’ in lastre (scistosita’). Il suo primo impiego come materiale di copertura di tetti risale a tempi antichissimi infatti dal popolo dei Tigullii viene fatto derivare l’etimo del latino tegula, la tegola italiana, mentre il diffuso toponimo Ardesio identifica i luoghi dove veniva storicamente estratta.
Dalle parti di Verona la Pietra della Lessinia che è invece una dolomia - calcare - simile al rosso Verona che ha la proprietà di essere scistosa al pari dei silicati sopra citati.
In piemonte allo stesso scopo si usa la resistente pietra di Luserna.
In val d'Aosta per legge si possono usare solo le pietre per coprire i tetti, per questo i paesi sono così caratteristici.
I romani indicano con marmora tutte quelle pietre (lapis) passibili di essere lucidate siano esse graniti o marmi, mentre le Lapides erano quelle solo levigabili (non avevano la tecnologia moderna), come tufi e travertini. I romani in genere importavano le pietre (lapis) detti marmi Antichi e oggetto di studio estensivo delle Belle Arti anche se di alcuni di loro non si conosce ancora il luogo di estrazione. I materiali edili invece (lapides) erano le pietre locali scelte di volta per la loro vicinanza e facilità di lavorazione. A Roma si estraevano i Travertini, a Verona la Pietra Galina con cui costruirono l’Arena e le mura, a Trieste la Pietra di Aurisina, a Milano il Ceppo e cosi’ via: tutte pietre morbide e adiacenti alla singola citta’ per ridurre i trasporti, un principio che anche in termini ecologici si rivela valido anche ai nostri tempi.
La copertura di tetti in pietra ha avuto il suo apogeo nell’epoca medioevale, in quella del Rinascimento e nel dopo guerra quando scarseggiavano i materiali da costruzione.
La val d’Aosta per caratterizzare il proprio paesaggio nel contesto montuoso rende obbligatoria l’uso di tegole in pietra come sempre si è fatto


Il rivestimento dei tetti in pietra: metodologie costruttive.
L’assito, su cui le piode poggeranno deve rispondere a semplici ma basilari requisiti come la giusta stagionatura del legname ed il corretto spessore, che non deve mai essere inferiore a 2,5 cm per non compromettere la tenuta del chiodo; gli eventuali fermaneve, chiodati all’assito, che dovranno impedire al manto nevoso di scivolare verso il basso e di esercitare così una eccessiva pressione di strappo sulla pioda; le scossaline e le camicie per i comignoli, che dovranno essere realizzate e posate in modo da evitare che l’acqua possa penetrare nella struttura, ed infine gli ancoraggi per i canali di gronda, la cui messa a dimora completa la prima fase delle operazioni prima della posa delle piode. Questa avviene partendo dai lati di gronda del tetto, sui quali viene posata una serie di piode affiancate tra di loro in senso orizzontale e poste in stretta successione. Le piode vengono poi sovrapposte, l’una sull’altra, in modo che lo sgocciolamento dell’acqua piovana verso i canali di gronda vada a percorrere la parte in luce della pioda sottostante. La sovrapposizione tra le piode deve garantire che tutte le parti sottostanti siano coperte da un “franco”, in modo che le strutture lignee, sia quelle facenti parte dell’orditura del tetto (assito e rigoni), che quelle volte ad abbellire l’architettura del manufatto (mantovane o decorazioni particolari), siano preservate dalla pioggia battente. e dimensioni delle piode impiegate si riducono progressivamente man mano che si raggiunge il colmo; questa scelta è dettata da una duplice motivo: 
-di tipo pratico, in quanto l’acqua di sgocciolamento in un tetto aumenta gradualmente dal colmo verso la falda e quindi occorre assicurare una superficie di contatto sempre adeguata al flusso d’acqua; 
-di tipo architetttonico, poichè questo sistema conferisce al manufatto un migliore aspetto estetico. Le piode vengono assicurate all’assito con una chiodatura(figura a fianco) eseguita su entrambi i fianchi, 3-4 cm sotto la testata; in alcuni casi, come ad esempio in presenza di una accentuata pendenza dell’ala del tetto, la pioda viene assicurata anche da una chiodatura in testa attraverso un piccolo foro praticato con una punta di trapano.  La chiodatura ottimale delle piode si ottiene con un fondo costituito da tavole di abete (rosso o bianco), mentre non è consigliabile effettuare la chiodatura direttamente su soletta in calcestruzzo, dal  momento che si provocherebbe una manomissione della superficie della stessa ed  inoltre il chiodo non garantirebbe una tenuta soddisfacente.
Il sistema di posa delle piode si riconduce sostanzialmente a tre schemi principali:  a corsi, a semicorsi e a mosaico
Nel sistema a corsi le piode sono ben allineate tra loro sovrapposte fino al raggiungimento del colmo. Il tipo di posa crea un  effetto visivo pregevole: la parte in luce dei corsi infatti diminuisce progressivamente fino al colmo. In questo sistema si mantiene la medesima distanza tra i vari corsi delle piode, le quali verranno misurate e suddivise prima della loro posa. Nel sistema a semicorsi, invece, il posatore procede "ad occhio", non servendosi di alcun riferimento di misura. I corsi delle piode o dei ciatùm assumono una disposizione asimmetrica originale, gradevole esteticamente. 
Nel sistema a mosaico, il più antico dei tre, vengono infine utilizzate piode o ciatùm, di differenti dimensioni, posandole in modo totalmente irregolare. 
E’ in questi ultimi due sistemi che emerge la bravura del posatore che si trasforma in un vero artigiano-artista. La disposizione delle piode o dei ciatùm a semisorso e a mosaico si differenzia da tutti i sistemi di posa, anche di altri materiali, che solitamente evidenziano linee architettoniche regolari, essa infatti conferisce unicità e originalità al manufatto esaltando la naturalezza della pietra. 
La sbarbatura 
Prima di procedere alla posa l'artigiano esegue la cosiddetta "sbarbatura", un'operazione effettuata con la "martellina" per smussare gli spigoli di tutta la parte inferiore a vista della pioda malenca, sulla quale rimarrebbero altrimenti evidenti i segni del taglio eseguito con il disco diamantato; tale azione deve essere molto contenuta sia per evitare un eccessivo indebolimento della pietra sia perchè forme troppo tondeggianti non si addicono alle caratteristiche del materiale. 

Le piode della Valmalenco resistono bene al clima alpino, quando sono rovinate dalle interperie e colonizzate da licheni acquisiscono l'aspetto nobile dei secoli passati.

Il colmo 
L'ultimo corso delle piode malenche posate sulla falda si congiunge, nella linea di colmo, con quello appartenente alla falda opposta. In questo punto, non potendo chiudere perfettamente la linea di displuvio, si crea uno spazio di circa 1-2 cm. Da un lato questa apertura permette una buona circolazione d'aria sotto l'assito, importante per la tenuta termica del tetto; dall'altro, tuttavia, favorisce dannose infiltrazioni che dal colmo giungono fino alle parti inferiori del tetto. Per porre rimedio a questo inconveniente è quindi necessario l'intervento del lattoniere, il quale posa una "colma" (che può essere in rame (figura 2), in acciaio, in lamiera zincata o in lamiera preverniciata) che  permette la chiusura della linea di colmo, garantendo nel contempo la circolazione dell'aria. 
La linea di displuvio può essere altresì rifinita con la posa di alcune piode rettangolari su uno strato di malta cementizia ad alta concentrazione (figura 1). Un'altra metodologia, consiste nella posa sul colmo di una serie di piode di piccole dimensioni che sporgono dal lato opposto della falda e che sono fissate mediante appositi ganci e malta cementizia. L'impiego della pietra per la realizzazione del colmo garantisce un pregevole effetto estetico grazie  alla uniformità di colore che deriva dall'utilizzo di un unico materiale. 
I sistemi di fermanevehanno lo scopo di impedire al manto nevoso di scivolare verso il basso e conseguentemente di esercitare una pressione costante di strappo della pioda sulla chiodatura; se ne possono distinguere due tipi diversi: a "tondo" e a "palette". Il primo è realizzato in acciaio e viene ancorato alla copertura lignea con 2 o 3 chiodi della lunghezza di 10 cm. All'interno della parte tonda viene inserito un legno a sezione circolare il cui scorrimento è consentito dalla sezione inferiore del legno rispetto al fermaneve. Il secondo, invece, è attualmente il più diffuso ed è costituito da palette (in ferro zincato, rame o acciaio inox) di forma quadrata o rettangolare, e dal paramento verticale, che si oppongono allo scivolamento verso il basso del manto nevoso. La funzione rimane ovviamente la medesima del sistema a "tondo"; cambia invece il numero delle linee di fermaneve, che in questo caso sono più numerose e che vengono sfalsate in modo da ottenere un disegno a scacchiera. 
Gli elementi architettonici di completamento sono costituiti: dai lucernari, che hanno lo scopo di dare illuminazione dall'alto al sottotetto e che bene si inseriscono nell'insieme della struttura; dai comignoli, che rappresentano un vero e proprio abbellimento, in particolare se rivestito con muratura di pietrame. 
Le piode si adattano molto bene alla copertura di particolari strutture architettoniche, come ad esempio le cupole. In questi casi le piode utilizzate sono generalmente di dimensioni ridotte in modo da favorire una ottimale sovrapposizione che garantisce una continuità delle linee architettoniche ed un gradevole aspetto estetico. Queste operazioni, così come quelle eseguite sugli abbaini, su falde verticali e su strutture particolari in genere, non rappresentano una particolare difficoltà per il posatore ma piuttosto comportano un maggior dispendio di tempo per la loro esecuzione. 
Ulteriore pregio della pietra è la possibilità di poter essere riutilizzatanel caso in cui si dovessero rendere necessari inetrventi di ristrutturazione o di innalzamento dei fabbricati. Il numero delle piode recuperabili dipende naturalmente dal loro stato di conservazione; quelle di età secolare possono essere soggette a rotture sia da invecchiamento che dovute all'imperizia dell'uomo, anche se, in verità, tale quantità è sempre molto ridotta grazie alla caratteristica durata delle pietra. Le piode così recuperate verranno prevalentemente posate con la tecnica a "semicorsi",anche se non si esclude a priori una posa a "corsi", sempre che prima si proceda alla loro misurazione; le piode mancanti saranno ovviamente sostituite con piode integre. 
Uno dei punti di forza che inorgoglisce i produttori sta proprio nella durata del prodotto che non teme confronto di longevità con nessun altro tipo di materiale. Infatti, piode che ricoprivano in Lombardia tetti di chiese e palazzi dei secoli XVIII°e XIX°, recentemente ristrutturati, sono state in parte riutilizzate per la nuova copertura capovolgendo semplicemente le medesime rispetto al loro piano di appoggio originario. 

La manutenzione ordinaria di un tetto in piode non richede un particolare impegno, dal momento che riguarda essenzialmente i canali di gronda ed i pluviali, più che le piode stesse. Una certa attenzione dovrà tuttavia essere osservata per quelle abitazioni situate nelle vicinanze di boschi di conifere o latifoglie per evitare che depositi di aghi o foglie possano dare origine a fenomeni di marcescenza; per questo tipo di pulizia sarà sufficiente utilizzare delle scope con setole molto dure oppure dei getti di aria compressa. Dato l'elevato numero di piode utilizzate per la copertura di un tetto, non è da esludere che nel corso degli anni si debba ricorrere alla sostituzione di una o più di esse perchè rotte. 
Questa è una possibilità remota ma non impossibile poichè l'eventuale rottura potrebbe essere causata da un difetto originario del pezzo oppure da cause accidentali verificatesi durante il trasporto o da un sovraccarico accumulato o determinato dal camminamento dell’uomo sul tetto. Come detto, è tuttavia difficile che si proceda alla posa di piode difettate poiché il posatore, quando esegue la "sbarbatura" prima, e pratica le tacche per la chiodatura poi, avverte chiaramente dal suono prodotto dalla pioda eventuali difetti della medesima. Per quanto riguarda invece le rotture provocate dall'invecchiamento, si tratta di un vero e proprio procedimento corrosivo di cui la rottura è l'effetto fisico ultimo ed in cui i decenni e non gli anni rappresentano l'unità di misura. In ogni caso, comunque, la sostituzione del pezzo viene effettuata dal posatore senza la minima difficoltà, utilizzando un'altra pioda di pari dimensioni ma ovviamente perfetta. 
In conclusione, il tetto è un elemento fondamentale per la buona riuscita delle linee architettoniche di un edificio, ne corona la costruzione, ne connota le linee di visione e quelle prospettiche e contribuisce in maniera determinante all'armonia e alla bellezza della composizione. La copertura svolge una funzione di vitale importanza connessa alla lunga durata che deve avere la costruzione e al comfort ambientale di chi la vive. La pioda della Valmalenco rappresenta certamente una soluzione che 
risponde a tutti questi requisiti, conferendo al fabbricato prestigio e valore.

Si ringrazia per la consulenza e il testo tecnico il CONSORZIO ARTIGIANI CAVATORI VALMALENCO scrl

Maggiori informazioni:
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(foto: tipico villaggio alpino)




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